La Via

La Via 12 aprile

TOCCA LE FERITE   (Gv 20,19-31). 

Ho sempre letto l’episodio evangelico di S. Tommaso così come viene generalmente inteso e interpretato: Gesù con la sua apparizione libera l’apostolo scettico dai dubbi sulla Resurrezione, facendolo passare dalla incredulità alla fede più pura.

Tutto questo fino a che, anni fa, un amico prete mi regalò un libro di un teologo, Tomas Halik, intitolato “Tocca le ferite”.

So di aver già citato questo testo altre volte, ma sta di fatto che la lettura di quel libro mi aprì una visione diversa e più profonda del famoso episodio evangelico in questione.

Compresi che le parole di Gesù “metti qui il tuo dito, tendi la tua mano e mettila nel mio costato” non erano semplicemente l’invito a sentire la materialità del suo corpo ma molto di più.

Gesù si identificava con quelle parole con tutti i sofferenti e i fragili; dunque tutte le ferite dolorose, tutte le miserie del mondo e dell’umanità sono “ferite di Cristo”.

Per poter dire “mio Signore mio Dio” non possiamo che toccare queste sue ferite di cui il mondo è pieno anche oggi.

Così cominciai a guardare in questo modo le ferite psicologiche, morali e affettive con cui venivo in contatto ascoltando le persone.

Le ferite che ci sono nelle famiglie e soprattutto quelle degli anziani, avendo iniziato a frequentare regolarmente una casa di riposo.

Anche se non posso guarire la maggior parte di queste ferite, non devo chiudere gli occhi e voltare le spalle; devo almeno sentirle, toccarle e lasciarmi colpire.

So bene che le ferite restano ferite, ma altrettanto so che Gesù, che ha attraversato la morte, è qui con noi e ci dice che l’amore è più forte della morte.

La Resurrezione non è quindi un lieto fine ma una forza che agisce nella vita di chi crede: una forza che non fa capitolare di fronte alla sofferenza, una forza che non lascia al male l’ultima parola, una forza che ci dà il coraggio e insieme la delicatezza per toccare le ferite.

Don Umberto