La Via 18 novembre

 TRA L’ANSIA E LA FEDE         (Mc 13,24-32)

 L’anno liturgico va verso la sua conclusione e la liturgia ci propone un testo evangelico che ha già il sapore di Avvento.

Nel senso, evidentemente, del modo originario di intendere l’Avvento: un tempo, cioè, per preparare non la prima venuta di Gesù sulla terra ma la seconda e ultima venuta, alla fine dei tempi.

All’inizio le cose stavano proprio così e la riflessione sulla fine del tempo è stata il tratto dominante dell’esperienza cristiana.

Al loro destino finale nella gloria o nella sofferenza ci credevano realmente.

Poi si è passati a concentrarsi sul presente; a torto o a ragione la meditazione e l’orientamento della vita alla realtà ultima e definitiva è stato messo da parte.

Forse anche il cristianesimo ha la sua colpa di fronte a questo asfittico appiattimento sul presente che viviamo oggi.

Ci concentriamo sul presente, salvo poi accorgerci che esso non ci appaga, anzi il più delle volte ci delude e ci fa proiettare proprio nel futuro il bisogno di felicità.

Ciò che facciamo, ciò che viviamo rivela presto il suo carattere fragile, quasi effimero e allora immaginiamo una situazione futura che ci possa fare stare meglio: un evento, un incontro, un tempo di riposo….

Puntualmente quando questi momenti arrivano, non riescono poi a riempire le attese del nostro cuore.

La traccia che lascia questo è una leggera ansia (a volte non tanto leggera) che accompagna tanta parte della nostra vita.

Anche senza divenire patologica essa è come un rumore di fondo fastidioso che ci segnala qualcosa che non va.

Di questa angoscia, di questa ansia parlano le letture di oggi.

Il Vangelo soprattutto.

Ci regala la certezza che questi momenti di estrema difficoltà sono l’occasione per volgere lo sguardo a Colui che solo può portarci la salvezza.

Le tranquille sicurezze su cui abbiamo basato la nostra vita potrebbero anche finire. Anzi, finiranno.

C’è una precarietà congenita nell’esistenza.

Le tribolazioni e l’ansia che sgretolano le nostre certezze  devono essere guardate e riconosciute come la prossimità di Dio, della Sua presenza che salva.

E che libera da false inquietudini.

 

Don Umberto

 

 

 

 

 

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