La Via Speciale Pasqua 2021

Non ci resta che VIVERE |
Anche nelle pagine del Vangelo affiora la rassegnazione.
Precisamente nel racconto dei discepoli di Emmaus, guarda caso uno dei brani che leggiamo nel giorno di Pasqua.
Rassegnati erano quei due che fuggivano da Gerusalemme, città che ricordava la loro delusione e i sogni infranti di un Messia che avrebbe liberato il popolo.
Parlavano tra loro come per curarsi le ferite dell’anima, perché questa volta ci avevano proprio creduto.
Gesù li avrebbe salvati, li avrebbe guidati, avrebbe scosso i giogo della loro schiavitù.
E invece niente. Una bella favola e niente più.
Rassegnarsi era il loro rifugio, la comoda situazione di chi non ha più il coraggio di mettersi in gioco.
Quando uno sconosciuto viandante li affianca parlano con lui stancamente: le labbra parlano di Gesù ma il cuore è gonfio di scoraggiamento.
Come quando ci si rassegna ad un rapporto con Dio arido e vuoto pur continuando a dire preghiere.
Poche volte però abbiamo visto il Signore apostrofare qualcuno con tanta veemenza.
“Stolti e tardi di cuore!” disse loro Gesù.
Scagliò parole come frecce appuntite.
Le stesse che Dio indirizza a tutti coloro che si rassegnano.
A chi si rassegna ad una fede spenta e abitudinaria, a chi si rassegna ad una vita senza slanci; a chi si rassegna all’attuale stato di cose.
Perché pare che di rassegnazione ce ne sia in giro tanta.
Ed è per questo che abbiamo voluto dedicare ad un simile sentimento il numero speciale della Via.
La rassegnazione la si percepisce nei discorsi quotidiani ed è come un’atmosfera pesante ed opaca per cui non si vede più la fine di ciò che è iniziato più di un anno fa.
La si percepisce anche nei gesti di chi accetta, come cosa normale oramai, di stare lontano dagli altri e coprirsi il volto.
Non è normale! Il volto è fatto per l’incontro e per restare visibile.
Si vive la rassegnazione anche adagiandosi senza più domande su tutto ciò che ci viene mostrato ossessivamente come fosse l’unica narrazione possibile; come se non esistesse niente altro che la paura e il timore, come se fossimo condannati ad un virus eterno e ad un mondo distopico e ipertecnologico.
E, in questa triplice rassegnazione, ci si sente tranquilli e protetti, perché in fondo “più abbassi il capo e più ti dicono di sì” come cantava Vecchioni nella sua meravigliosa “Luci a San Siro” (mi è dolce ascoltarla per gustarmi la nostalgia).
Quello che stiamo vivendo è brutto e non è sufficiente la virtù cristiana di tirar fuori il positivo da ciò che è negativo per poter giustificare le cose.
La resilienza di cui tutti parlano non è stile che possa fare da paravento alla rassegnazione.
Al termine del libro “Le città invisibili” Italo Calvino parla dell’inferno.
Non quello teologico ma quello sociale.
Dice che ci sono due modi per non soffrirne… “il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e farne parte fino al punto di non vederlo più”.
Proprio questa è la rassegnazione.
Quella contro cui si scaglia Gesù con i due discepoli di Emmaus.
Quella che non accetta ogni cristiano che, anche quest’anno, avrà la forza di augurarsi Buona Pasqua.

Don Umberto

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