La Via 12 luglio

L’OTTIMISMO DI DIO (Mt 13,1-23).

Quella di oggi è una delle parabole più conosciute del Vangelo.
Uno dei rari casi in cui è Gesù stesso a darne la spiegazione; molte altre volte infatti non è così.
Le parabole vengono lasciate all’interpretazione di chi le ascolta.
Questa volta no.
Gesù stesso la interpreta e, così facendo, ne vincola il significato stesso.
Evidentemente riteneva che fosse davvero decisivo che la parabola fosse capita in modo giusto.
Anche Lui infatti aveva ovviamente momenti in cui la sua parola era stata travisata o male interpretata.
Era anche andato incontro ad equivoci sulla sua persona e sul suo messaggio.
Aveva provato lo scoraggiamento di chi parla o annuncia una verità che non viene accolta.
Ecco allora questa parabola: nasce direttamente dal cuore di Gesù e approda al nostro cuore per trasmetterci l’ottimismo di Dio.
Noi dobbiamo anzitutto evitare una sterile lettura moralista: è quella di chi si chiede subito “dove mi trovo io? Quale terreno sono?”
Così facendo ci si concentra su se stessi per rammaricarsi di non essere un terreno buono e si perde di vista l’attore principale di questo racconto.
Questo attore non è il seminatore, ma il seme stesso.
C’è una forza nel seme della Parola che gli permette di portare frutto in modo abbondante se viene accolta con sincerità e libertà di cuore.
A tutti questa parola viene rivolta, indipendentemente dal nostro carattere pavido o coraggioso, accidioso o dinamico.
Su qualsiasi tipo di terreno cade infatti il seme.
Per disattenzione del seminatore?
Per ingenuità o per mancanza di esperienza?
È difficile pensare questo.
È più realistico pensare che Dio non si arrende ad una apparentemente chiara evidenza: quella che esistano persone inadatte o incapaci di accogliere e far fruttare la Parola.
Dio sovverte questo modo di pensare: c’è un ottimismo e una fiducia in Lui con i quali dobbiamo fare i conti.
Se non altro per chiederci se questo stesso ottimismo non lo abbiamo un po’ messo da parte.

Don Umberto

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